PMI e sostenibilità: le sollecitazioni del contesto

   

Oggi le aziende, tra cui quelle di piccole e medie dimensioni, sono al centro di una serie di sollecitazioni che spingono verso l’adesione a un approccio di business sostenibile. 

   

   

Che cosa spinge le PMI verso la sostenibilità

   

LE POLICY PUBBLICHE

La centralità assunta dagli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) nelle politiche pubbliche e la consapevolezza delle risorse necessarie a completare la transizione ecologica hanno guidato l’introduzione di nuove forme di sostegno pubblico, o la riformulazione di quelle esistenti, a favore delle imprese italiane coinvolte in tale percorso.

Tale direzione è esemplificata dalla conversione, operata dal Decreto Crescita del 2012, del Fondo per l’innovazione tecnologica nel Fondo per la crescita sostenibile, al cui interno è stato attivato nel 2020 un intervento da oltre 200 milioni di euro rivolto a progetti di ricerca e sviluppo nell’ambito dell’economia circolare.

Nello stesso anno, la Legge di Bilancio ha istituito un fondo dalla dotazione quadriennale di 2,8 miliardi di euro destinato alla concessione di garanzie per programmi di investimento rivolti, fra gli altri, alla decarbonizzazione, all’economia circolare e alla mitigazione dei rischi derivanti dal cambiamento climatico. Lo stesso provvedimento ha potenziato le agevolazioni finanziarie previste dalla Legge Sabatini per l’acquisto di nuovi beni strumentali a basso impatto ambientale ed esteso il credito di imposta previsto dal Piano Industria 4.0 del 2017 alle spese sostenute per percorsi di transizione ecologica.

Con la Legge di Bilancio 2021, il Piano Industria 4.0 si è infine evoluto nel Piano Transizione 4.0, che costituisce uno dei pilastri del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR): al suo interno è attiva una linea di tax credit per progetti di innovazione green e digitale, con aliquota e massimale incrementati. 

   

   

LA NORMATIVA

Sul fronte normativo, l’ultima novità è la proposta di modifica di Direttiva sul reporting di sostenibilità, che porterà a un ampliamento del perimetro delle aziende soggette ad obbligo di disclosure sui temi ESG (E-Environmental, S-Social, G-Governance). Attualmente, l’obbligo di rendicontazione di sostenibilità riguarda solo le aziende quotate, assicurative e bancarie con un numero di dipendenti superiore a 500 e che abbiano superato determinati limiti dimensionali: totale dello stato patrimoniale, 20 milioni di euro; totale dei ricavi netti delle vendite e delle prestazioni, 40 milioni di euro. Nel prossimo futuro ci aspettiamo che l’obbligo sarà esteso a tutte le aziende con numero di dipendenti superiore a 250, anche non quotate. Nella proposta di modifica si fa riferimento anche alla rendicontazione della supply chain, per cui è prevedibile che la richiesta di informazioni sui presidi, modalità di gestione e performance ESG si innescherà a catena sulle aziende della filiera.
 

   

   

L'obbligo di rendicontazione di sostenibilità si sta estendendo

La nuova proposta di Direttiva europea sul reporting di sostenibilità presentata dalla Commissione Europea il 21 aprile 2021 amplia la platea delle imprese coinvolte nell’obbligo di rendicontazione di sostenibilità, proponendo un’estensione a tutte le grandi imprese, a tutte le banche e a tutte le assicurazioni europee quotate o non quotate, nonché a tutte le società quotate, a eccezione delle micro-quotate (ossia le imprese con meno di 10 dipendenti e un volume di affari inferiore a 700mila euro). Si stima che in Europa le aziende interessate passeranno dalle 11mila di oggi a oltre 49mila.

   

   

GLI INVESTITORI

Oggi è generalizzata la consapevolezza che la sola valutazione delle performance economico-finanziarie restituisce una visione parziale dell’azienda: valutare anche la dimensione ESG consente infatti di valutare i rischi e le opportunità di business con una più ampia possibilità di comprensione delle dinamiche aziendali e delle opportunità di sviluppo dell’impresa. Per questo, nell’ambito della finanza straordinaria sempre più spesso le tradizionali due diligence finanziarie sono integrate con due diligence ESG che analizzano l’approccio dell’azienda ai temi di sostenibilità e ne rilasciano una valutazione espressa in termini di rischio e opportunità. 

   

   

LE BANCHE

Nel 2020 l’EBA, l’authority che sorveglia le banche europee, ha introdotto le nuove linee guida che fissano una serie di principi per la gestione e il controllo del rischio, non più limitati alla dimensione economico-patrimoniale e finanziaria dell’impresa finanziata: i fattori ESG sono ormai tra gli elementi considerati nella concessione di un prestito, e la valutazione di tali fattori potrà incidere anche nella riduzione del costo del finanziamento (cd green factor). 
 

   

Le banche hanno tempo fino al giugno 2024 per integrare i fattori ESG nelle valutazioni

Le linee guida EBA sono entrate in vigore il 30 giugno 2021 per i nuovi finanziamenti e entreranno in vigore il 30 giugno 2022 per i prestiti già esistenti o quelli che richiedono rinegoziazioni o modifiche contrattuali. Gli istituti di credito avranno tempo di adeguare i loro modelli di monitoraggio fino al 30 giugno 2024.

   

   

IL CLIENTE INDUSTRIALE

Crescente attenzione è posta, sia a livello istituzionale che dallo stesso mercato, alle modalità con cui le aziende gestiscono la propria supply chain. Le aziende a valle sono chiamate a una responsabilità che travalica i confini aziendali e che coinvolge i fornitori. Questo può avvenire in forme di diversa intensità, che vanno dall’introduzione di criteri premianti per i fornitori “sostenibili”, all’esclusione di fornitori “non sostenibili”, all’attivazione di veri e propri audit ESG.

In ogni caso, il fornitore deve essere in grado di dimostrare, con la produzione di “numeri”, ma anche con la presenza di presidi organizzativi, policy e procedure, che il business è gestito in modo sostenibile. Spesso le sollecitazioni, che posso essere anche stringenti, sono supportate da programmi di accompagnamento e coinvolgimento rivolti ai fornitori, che rappresentano una preziosa occasione, soprattutto per la piccola o media impresa, di essere guidati in un percorso strategico di sviluppo.

   

   

IL CLIENTE FINALE

Il connubio consumo-sostenibilità è sempre più attuale: di anno in anno, le ricerche di mercato confermano e rafforzano l’immagine di un consumatore sempre più attento alla dimensione sociale e ambientale dei prodotti/servizi che acquista e dei relativi brand. Ad esempio, la ricerca #WhoCaresWhoDoes sulla Sostenibilità realizzata da Gfk nel 2021 evidenzia che la salvaguardia del pianeta è un tema sempre più centrale per i consumatori di tutto il mondo, anche in tempi di pandemia: una persona su cinque a livello internazionale ha smesso di acquistare determinati prodotti e/o servizi a causa del loro impatto negativo sull'ambiente o sulla società.

Il Rapporto Coop 2021 conferma tale approccio al consumo anche per l’ambito alimentare: quando il consumatore fa una scelta alimentare è condizionato dalla valutazione dell’impatto che ne deriva, sia di natura ambientale che di natura sociale (in termini di rispetto dei diritti dei lavoratori, la giusta retribuzione, ecc.) e questo porta a privilegiare proposte sostenibili
 

   

   

Da dove partire?

Le sollecitazioni in atto e le opportunità che stanno emergendo ci fanno concludere che avviare un percorso di riflessione strategica su come integrare la sostenibilità nelle attività aziendali è oggi una necessità per le realtà di piccole-medie dimensioni. Infatti, viene sempre più richiesto alle aziende di dimostrare la capacità di gestire gli impatti sociali e ambientali e la presenza di buoni sistemi di governo.

   

Quali suggerimenti dare all’azienda che voglia intraprendere un percorso orientato al management sostenibile? 

Prima di tutto, è importante mantenere la calma: stiamo vivendo un periodo di grande fermento, spesso accompagnato da grande confusione e impreparazione. Spesso le richieste dei business partner (clienti, distribuzione, ecc.) sono così pressanti e poco comprensibili, che l’azienda ha la tentazione di cercare “pacchetti di sostenibilità” preconfezionati e “chiavi in mano”, non pensati per la propria realtà. Oppure, ha la tentazione di cercare il modo di guadagnare il più velocemente possibile il ritardo accumulato (per esempio, rispetto ai competitor) esponendosi in attività di comunicazione che possono rivelarsi rischiose se non supportate da azioni concrete (il cd green washing).

Il modo migliore per procedere è quindi avviare un percorso di riflessione strategica volto a definire gli obiettivi di sostenibilità di medio periodo (i pilastri strategici di sostenibilità) e la roadmap da percorrere per raggiungerli, partendo dalle proprie vocazioni e cercando di valorizzare quanto già è stato fatto.
 

Nel prossimo articolo su "PMI e sostenibilità" approfondiremo il tema dell'integrazione strategica della sostenibilità nelle PMI italiane.

   

   

Per approfondire

ALTIS Formazione: partecipa all'Executive Master in Sviluppo Strategico d'Impresa, percorso di formazione part-time per chi fa impresa e vuole saper coniugare profitto e responsabilità 

ALTIS Consulenza: esplora i servizi di consulenza in ambito di Strategia e management sostenibile e Rendicontazione non finanziaria

   

   

A cura di:
Stella Gubelli, ALTIS

Stella Gubelli

Phd in Management | Responsabile Area Consulenza ALTIS

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Articolo pubblicato il 27 settembre 2021 da Erika Lisa Panuccio
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