Se le Pmi fanno le multinazionali

Un periodo difficile che ha lasciato sul campo parecchie vittime ma che ha fatto emergere i nuovi campioni del made in Italy nel mondo: piccole e medie imprese che, rubando la scena alle grandi, si comportano come e vere e proprie multinazionali nel loro settore. Fabio Antoldi, docente di Strategia aziendale all'Università Cattolica, legge così il cambiamento che hanno attraversato le Pmi negli anni della crisi economica.

«I dati dicono che la grave situazione economica ha portato alla chiusura di un numero rilevante di imprese, soprattutto quelle che erano fragili dal punto di vista delle competenze. I settori maggiormente colpiti sono stati quelli dei servizi, il manifatturiero e l'artigianale» afferma il condirettore dell'Executive Master in Sviluppo strategico delle PMI dell'Alta Scuola Impresa e Società dell'Università Cattolica (Altis)che quest'anno compie dieci anni.

«Nello stesso tempo, però, la piccola e media imprenditorialità italiana ha saputo esprimere aziende leader del made in Italy» prosegue il professor Antoldi. «Anche se in alcuni comparti a livello di quote di mercato internazionale non abbiamo più grandi imprese, spesso ne abbiamo delle medie, composte da 80 o 100 dipendenti, che nel loro piccolo si comportano come vere e proprie multinazionali. Sono esempi che difficilmente si trovano in altri Paesi. Anche perché hanno alla guida imprenditori particolarmente capaci, in alcuni casi il meglio che si possa trovare in Italia in questo settore».

Qual è l'insegnamento di un periodo così difficile? «Le Pmi hanno chiaramente sofferto e soprattutto hanno realizzato che fare impresa è diventato più complesso e competitivo. Oggi infatti sono necessarie tutta una serie di competenze di mercato, tecnologiche e gestionali che non erano richieste agli imprenditori delle generazioni precedenti. Questo vale sia per le imprese avviate sia per le start up che hanno appena iniziato un'esperienza imprenditoriale.

Le Pmi rimarranno ancora la spina dorsale dell'economia nazionale?«Assolutamente sì. La struttura economica non solo italiana ma anche europea dipende in grande parte dalle imprese medie, piccole e anche micro. Per rispondere al bisogno di maggiori competenze l'Università Cattolica e altri istituti hanno offerto più formazione sia agli imprenditori sia agli enti che si occupano di Pmi in Italia e all'estero. Le imprese devono imparare a lavorare insieme: se avere piccole dimensioni a volte può limitare l'accesso a competenze e risorse strategiche, la collaborazione tra più aziende in forma di rete e alleanza dà però la possibilità di essere comunque competitivi anche a livello internazionale. Collaborare tra PMI è un'opzione che diventa sempre più interessante».

Esistono esempi di questo tipo di collaborazione in Italia? «L'esperienza italiana da questo punto di vista è molto più avanti rispetto ad altri Paesi. Altis dal 2012 forma tutti i manager e i consulenti del Sebrae, un ente governativo brasiliano che si occupa del supporto delle Pmi del Paese. Ci hanno chiesto di raccontare le esperienze delle filiere, cioè di come le piccole imprese riescono a collaborare anche con quelle grandi nell'ambito dell'innovazione, della trasformazione dei prodotti, della creatività. È una propensione che i distretti industriali italiani hanno saputo sviluppare ed è molto forte nei settori tradizionali come quello alimentare, della moda, dell'arredamento. Si tratta di contratti di rete e consorzi per l'innovazione e per l'export in cui spesso non c'è collaborazione solo tra pari ma anche un coinvolgimento dei più grandi».

Ci sono temi principali che cercate di valorizzare? «Un approccio tipico della nostro offerta didattica è aiutare i partecipanti - imprenditori, figli di proprietari d'azienda o collaboratori - a capire che il mondo delle micro, piccole e medie imprese è totalmente diverso da quello delle grandi. Ecco perché bisogna prepararsi specificatamente a questa tipologia di aziende».

Cosa insegnate in particolare? «Abbiamo una serie di corsi che vanno da quello di marketing per Pmi al corso di finanza e programmazione, con un controllo quindi di tutto ciò che riguarda la gestione finanziaria e la contabilità, mostrando modelli diversi da quelli delle grandi imprese. Ci occupiamo inoltre di organizzazione e gestione del personale, con specifico riferimento alla gestione dei rapporti con i collaboratori. Ci focalizziamo poi su una parte più strategica e di business plan per aiutare gli imprenditori a passare da una gestione intuitiva a una più formalizzata delle loro intenzioni strategiche».

Il master esiste da dieci anni. Cosa è cambiato rispetto al 2006? «Il corso ha subito revisioni e integrazioni sia nei contenuti degli insegnamenti che nella metodologia didattica. Siamo partiti prima della crisi economica e questo dice tutto. Abbiamo inoltre consolidato la formazione a distanza, facendone uno dei master più avanzati in quest'ambito. Una dimensione determinante quando si ha a che fare con persone che lavorano e non con degli studenti».

Ci sono programmi simili in Italia o in Europa? «Esistono degli altri corsi sulle Pmi ma sono di solito dei corsi più brevi, di poche giornate. Il nostro ha un programma a lungo termine e impegnativo e continua ad avere successo tra gli imprenditori. All'estero esistono dei prodotti similari sia in Inghilterra che negli Stati Uniti. Altis, anche per il carattere internazionale che ha la nostra scuola, lavora per offrire questo master in alcuni Paesi stranieri, America Latina in testa».

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